Accademico vs letterato, alla sua schizofrenica carriera manca solo il Nobel

Festa per il compleanno del caro amico Umberto (Eco) che oggi compie ottant’anni. Che regalo gli si può fare? Aggiornate a maggio del 2011 le lauree Honoris Causa assegnate al professore sono trentotto. Possono bastare. Questo in onore dell’Eco accademico, l’Eco romanziere invece finora ha ricevuto “soltanto” diciotto premi letterari, dallo Strega del 1981 al Cesare Pavese del 2011. di Pietro Favari
9 AGO 20
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Festa per il compleanno del caro amico Umberto (Eco) che oggi compie ottant’anni. Che regalo gli si può fare? Aggiornate a maggio del 2011 le lauree Honoris Causa assegnate al professore sono trentotto. Possono bastare. Questo in onore dell’Eco accademico, l’Eco romanziere invece finora ha ricevuto “soltanto” diciotto premi letterari, dallo Strega del 1981 al Cesare Pavese del 2011.

Accademico versus letterato (Versus è anche il nome di una rivista di studi semiotici fondata da Eco nel 1971) la carriera dell’illustre semiologo è segnata da dicotomie e antinomie significative e perfino schizofreniche: professore, romanziere, gran barzellettiere, intrattenitore in cene tra amici con sorprendenti doti di animatore di villaggio (ovviamente globale), medievista, flautista, collezionista di libri di antiquariato e di fumetti di modernariato, editorialista, polemista (con Pasolini, da lui accusato di “ingenuità semiologica”), impegnato politicamente a sinistra, fenomenologo di Mike Bongiorno, ex fidanzato di Enza Sampò, giovanissimo funzionario televisivo, giovane direttore editoriale di collane alla Bompiani. Alternativamente baffuto o barbuto.

Ancora glabro e con un cocktail in mano, Eco ha fatto anche la comparsa cinematografica. In “La notte” di Antonioni, interpreta se stesso accanto al conte Valentino Bompiani: è uno degli invitati alla presentazione dell’ultimo libro dello scrittore Bernhard Wicki amico di Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau. E’ il 1961, il Gruppo 63 non c’è ancora ma Eco si prepara a scendere in campo esercitandosi sulle pagine di “Il Verri” di Luciano Anceschi che proprio in quell’anno gli pubblica “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, poi entrata a far parte dell’irresistibile “Diario minimo”. Con la scelta di affidargli quella piccola parte in “La notte”, forse Antonioni aveva intuito che Eco ben rappresentava quella nuova generazione di intellettuali organici all’industria culturale nata con il boom economico.

Come i suoi coetanei pittori della Pop art che dipingono il Partenone nello stile dei fumetti – con il retino tipografico ben visibile – e scolpiscono le lattine di birra nello stile di Cellini, Eco si diverte a provocare elettrizzanti cortocircuiti tra cultura di élite e cultura di massa, ad aprire definitivamente l’opera d’arte a nuove esperienze e nuove interpretazioni. Goloso di cultura quanto spregiudicato, Eco si occupa con lo stesso impegno di San Tommaso e di Sanremo, di Charles Sanders Peirce e di Charlie Brown, di James Joyce e di James Bond. E di Superman.
Al mito del supereroe in aderente calzamaglia Eco ha dedicato un saggio innovativo per l’epoca – fu pubblicato nel 1965 in “Apocalittici e integrati” – dove analizza l’importanza per il superuomo di massa di non essere “al di fuori di ogni possibilità di identificazione per il lettore”. Nel fumetto di Joe Shuster e Jerry Siegel funzione svolta da Clark Kent, il giornalista che svolge l’incombenza di identità segreta e doppia personalità di Superman. L’arrivo sulla Terra da un altro pianeta per compiere imprese miracolose più che una identità da superuomo alla Nietzsche attribuisce a Superman una remota valenza cristologica, confermata nell’atto di “incarnarsi” in una sommessa identità terrestre, quella dell’everyman Clark Kent.

Anche il superman Eco non rinuncia alla sua doppia identità e si fa verbo in una duplice identità di scrittura: un SuperEco che vola alto nei sistemi di segni della semiotica, rischiando di togliere il respiro e far venire le vertigini ai lettori affezionati invece a Umberto-Clark Kent, anche lui giornalista, che dalle pagine dell’Espresso e della Repubblica tiene i piedi ben poggiati su livelli di lettura più accessibili. Il lettore che, felice, ha scoperto come ci si possa divertire in modo intelligente con “Lo strip-tease e la cavallinità”, “Elogio di Franti”, “Nonita” o con le cronache di “La bustina di Minerva” e ha comprato a suo tempo il “Trattato di semiotica generale” o “Lector in fabula”, leggendo paragrafi intitolati “Isotopie discorsive transfrastiche a disgiunzione sintagmatica” o “Isotopie narrative non vincolate a disgiunzioni isotopiche discorsive che generano in ogni caso storie complementari” avrà da principio pensato a una di quelle deliziose parodie lette su “Diario minimo” e sarà andato avanti nella lettura fiducioso, ma invano, che poi il tutto si sarebbe sciolto in una irriverente filastrocca del tipo: “Il vispo Tiresia / avea nel boschetto / di Tebe sorpreso / Edipo soletto. / E con un sogghigno / il cieco maligno / gridava: Su presto, / l’hai fatto l’incesto?”.

E invece niente, SuperEco sulla semiotica non scherza. Ai tempi del primo congresso internazionale di questa scienza dei segni, si fa anche disegnare una S, ma certo non pacchiana come quella che Superman porta stampata sulla calzamaglia blu. Il grafico Pierluigi Cerri immagina la S emblema araldico della semiotica nello stile da illusione ottica di Escher.

Anche SuperEco aveva la sua kryptonite in grado di indebolire i propri superpoteri: il professor Luigi Pareyson. Eco si laurea nel 1954 all’Università di Torino e collabora con l’illustre studioso dell’esistenzialismo e dell’idealismo tedesco; ma i seminari dell’assistente sono più affollati dei corsi del professore che, più barone che idealista, si vendica impedendo la carriera universitaria del giovane rivale, diventato nel 1959 libero docente in Estetica senza però riuscire a ottenere una cattedra.
Messo alla porta dalle facoltà di Lettere e Filosofia, Eco rientra all’università dalle finestre, ben disegnate, delle facoltà di Architettura, prima a Firenze poi al Politecnico di Milano, e infine nel 1971 è chiamato dall’Università di Bologna a insegnare nel neonato Dams, corso di laurea della facoltà di Lettere e Filosofia, e così riesce a fare ritorno nella sua vera casa universitaria.
Finalmente appagato in campo accademico, SuperEco è ora pronto per diventare il romanziere italiano contemporaneo più letto nel pianeta. Con “Il nome della rosa” compie l’ardua impresa di conciliare la sua doppia identità, di accontentare ai massimi livelli sia i lettori dell’Eco semiotico e narratologico, del raffinato medivista, sia i fan dell’autore di “Diario minimo” e di “La bustina di Minerva”.

Scrivere un best seller planetario con la benedizione del Senato accademico è stata la vera super impresa di Eco, ripetuta con altri smaglianti successi letterari, da “Il pendolo di Foucault” a “L’isola del giorno prima”, da “Baudolino” a “La misteriosa fiamma della regina Loana”, a “Il cimitero di Praga”. Adesso non resta che il Nobel.

Buon compleanno, SuperUmberto!

di Pietro Favari